Ho disteso l’animo cucinando in fattoria

Esiste un numero imprecisato di piccole aziende che praticano un agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull’economia famigliare, orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta; un agricoltura di basso o nessuno impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia più che a fini di grandi arricchimenti. E’ un agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra, per mantenere ricca la diversità dei paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne.
Una di queste realtà sono le fattorie didattiche.

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Sono stata alla “Fattoria Didattica Romagnola” sulle colline imolesi, ho ascoltato Andrea e Fabiola raccontare il loro lavoro per ore ed è solo passando una giornata intera al loro fianco che capisci il vero senso che ha volere, tra le difficoltà burocratiche esistenti, una fattoria del genere. Non solo il cinquettio degli uccellini, il profumo di verde e l’aria pulita, ma tanti ostacoli che si superano solo con l’amore per quello che si fa.
Mi sono incontrata  con Fabiola nei pressi dei loro campi, una giornata di sole caldo dopo giorni di pioggia. Chiaccherando con cestino sotto braccio abbiamo raccolto ortaggi bagnati da gocce di acqua argentata, fichi rossi, cachi arancioni, fiori gialli di zucca che sembravano stati spuzzati di brillantina, tanti fiori di topinambur e un mazzolino di un erba medica commestibile che fa tanti graziosi fiorellini lilla. Andrea la lascia crescere naturalmente tra le coltivazioni tanto che sembra un erba infestante, in realtà questa in primavera lascia naturalmente lo spazio agli asparagi; nel periodo invernale la raccoglie e nutre i conigli.

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Fabiola è come me, ha un gran slancio e un gran entusismo per “il fare” e mi racconta, senza mai perdere il tono allegro e bucolico, del peso delle documentazioni imposte per lavorare, di regole tributarie, sanitarie e igieniche.
Circa quindicianni fa hanno iniziato questa avventura, era un sogno, realizzare una Fattoria Didattica. Siamo a cavallo tra i comuni di Riolo Terme e Imola, quella famosa zona intersecata dal piccolo corso del Rio Sanguinario che un tempo segnava il punto di demarcazione con lo Stato Pontificio.  Il territorio è all’interno della provincia di Bologna in localita Tre Monti e, quindi, geograficamente in Emilia ma qui tutto trasuda di Romagna vera. Quindici ettari di terreno a disposizione destinati a pascolo e bosco, allevano pecore, castrati, suini (razza mora romagnola) e vitelloni. Su altre estensioni  producono ortaggi di vario tipo, frutta, cereali e foraggio. 

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Una fattoria didattica è una vera e propria azienda agricola ed agrituristica che si apre al pubblico ed ospita attività didattiche per ragazzi, bambini e scolaresche. Guidati da un vero agricoltore, i più piccoli imparano a conoscere la campagna ad entrare in contatto con gli animali della fattoria; i più grandi invece a conoscere i valori della cultura contadina e l’importanza delle tradizioni e delle produzioni tipiche legate al territorio. La passione di Andrea è un piccolo museo da lui creato dedicato alla vita del contadino dove al suo interno organizza periodicamente cene caratteristiche con discussioni culturali. Le attività svolte all’interno della fattoria didattica cambiano al susseguirsi delle diverse stagioni e molto spesso è possibile, previo accordo fra struttura e ospiti, concordare diverse tipologie di attività, anche in relazione all’età dei piccoli ospiti, coinvolgendo i ragazzi, tramite laboratori, giochi ed esperienze pratiche. Andrea mostrerà loro l’allevamento e il ciclo della vita animale, mentre Fabiola  illustrerà la produzione del frumento, la sua trasformazione in farina e la preparazione del pane; se i ragazzi restano a pranzo, è offerta loro la possibilità di preparare la pasta lievitata, cuocere il proprio pane e gustarlo a tavola.
Ora, in un mondo dove la maggior parte dei bambini vive in appatamenti, con televisori accesi, che predilige mangiare cibi confezionati e gira in macchina anche per tragitti brevi, di una fattoria didattica bisogna apprezzare soprattutto il tentativo di recuperare i valori semplici e autentici della vita di campagna.

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Abbiamo cucinato quattro portate all’aperto: bignè fritti ai pioppini e squacquerone con vellutata di cavolo nero, tortelli integrali al taleggio e noci conditi con zucca violina ed erba medica, carrè di maiale arrosto alle prugne e mirtilli e per finire un dolce al cucchiaio: uva nera al rum con mousse ai cachi e ricotta. 

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Ho sbattuto le uova a mano incrociando due forchette, le verdure le ho tagliate grossolanamente senza preoccuparmi dell’estetica del pezzo, ho sentito lo stridolio dei giri manuali della monovella del passaverdure e il ronzio del trita grano. Senza corrente e senza elettrodomestici che sbattono uova, tritano cipolle e frullano minestre di verdure. Le mani hanno odorato di cipolle bianche per due giorni perchè qui la cipolla è una signora cipolla e non smette di farti piangere neanche quando soffrigge.

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Per regolamento un pranzo servito in un agriturismo deve essere composto da almeno un 50% di ingredienti proveniente dall’azienda; il nostro pranzo ha tutto prodotto in fattoria tranne i latticini, i mirtilli e le prugne dell’arrosto, l’uva nera e le carote.
Abbiamo impiattato utilizzando i piatti di Fabiola. Qui è proprio come nella credenza di campagna di una volta, la apri e dentro ti si apre un mondo di stoviglie tutte spaiate perchè tutto può sempre servire. Infatti! Non sono perfetti questi piatti per le portate? Lo stesso discorso vale per le tovaglie, proprio come a casa, c’è quella di tutti i giorni, quella della domenica e quella che non si usa mai perchè resta in fondo al cassetto. Io ho scelto proprio quella!

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Nel tragitto verso il pollaio per andare a raccogliere le uova e vedere i pulcini appena nati, ho assistito casualmente al parto degli agnellini, ho visto la madre che si mangiava la placenta; proprio come natura vuole, questa le servirà per avere il latte da nutrirlo.
Farsi venire voglia di sistemarsi sulla paglia a leggere un libro o di chiaccherare è un passaggio veloce ed automatico, perchè qui dopo poco ti senti rilassato e anche l’odore degli animali non da più fastidio, anzi ti fa sentire bene. Il passaggio dalla frenesia della giornata in città a quella di un’ ipotetica domenica in campagna è veloce come un click sul computer per guardare internet, e  qui ovviamente non c’è alcun tipo di linea.

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E per finire il dolce che abbiamo mangiato in piedi passeggiando intorno alla fattoria facendo le ultime considerazioni. Lo scopo della mia giornata in fattoria è stato quello di cucinare con Fabiola quattro portate solo con ingredienti provenienti dalle loro coltivazioni e di conoscere, grazie ad Andrea, la zootecnica della fattoria e cosa dal punto di vista didattico essa può offrire. Andrea è contadino di generazione, ama  i prodotti della terra e la terra stessa per lui rappresentano ancora il dono più grande che esista, da lui impari il rispetto per gli esseri viventi.

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Sì, qui Andrea e Fabiola hanno creato qualcosa che dobbiamo considerare un dono che distende gli animi e invita a riflettere sui veri valori della vita.  A mio parere non guardano cosa diventerà la fattoria, piuttosto si godono il piacere di avere tutti i giorni la possibilità che porta ad arrivare a qualcosa di grande. Hanno tre figli, il piccolo per ora vuole fare il meccanico, gli altri due sono gemelli, a breve finiranno la scuola agraria e vorrebbero lavorare in fattoria, ecco allora che Fabiola pensa a “fare altre cose” in azienda, mentre Andrea con i piedi in terra non perde d’occhio la burocrazia senza mai permettere che questa schiacci il suo volere.
Qui, ascoltando anedotti e racconti, si ride tutto il giorno, la famiglia Gentilini è davvero simpatica!

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Bignè fritti allo squacquerone e funghi pioppini con vellutata di cavolo nero e mela.

Dosi per 4 pesone
Per la vellutata:
10 foglie di cavolo nero

Una cipolla bianca
Una mela golden
Una patata di medie dimensioni
Per i bignè:
8 bignè in pasta choux
100 gr di formaggio squacquerone
200 gr di funghi pioppini
Un pugno di prezzemolo
Un piccolo scalogno
Un aglio
2 uova
200 gr di pane grattugiato

Iniziare dalla vellutta. Tagliare tutte le verdure e soffriggerle con olio e sale, aggiungere acqua a coprire e fare sobbollire fino a che le verdure non saranno morbide. Frullare finemente.
Preparare il ripieno per i bignè tagliando finemente, i funghi, lo scalogno e il prezzemolo, cuocere con un pò di olio e sale. Prima che il trito si raffreddi definitivamente aggiungere il formaggio e mescolare fino a che, sciogliendosi, non si sarà amalgamato alle verdure.
Inserire il composto in una sac à posc con un beccuccio stretto e farcire i bignè, passarli nelle uova e nel pan grattato per due volte.
Friggerli in abbondante olio mentre la veluttata si riscalda. Scolarli e servirli sopra al passato di cavolo ben caldi, aggiungere un filo di olio crudo e un pò di erba di finocchietto fresca starà benissimo.

Tortelli di taleggio e noci con crema di zucca e erba medica

Dosi per 4 persone
100 gr di farina 0

30 gr di farina integrale
Un uovo
Un tuorlo
200 gr di patate
100 gr di noci
100 gr di taleggio
Una noce di burro
Erba medica
2 grossi scalogni 
300 gr di zucca violina

Preparare la sfoglia con le farine e le uova, lasciare riposare l’impasto coperto da un telo.
Lessare le patate, schiacciarle, unire le noci frullate e il taleggio tagliato a cubetti. Amalgamare il tutto quando le patate sono ancora tiepide.
Tirare la sfoglia sottile e fare i tortelli tagliando la pasta a quadrati di circa 3,50 cm.
Tagliare la zucca a cubetti e sminuzzare lo scalogno, soffriggere e aggiungere acqua a coprire. Una volta che la zucca è cotta, frullare il composto a salsa.
Cuocere i tortelli in acqua salata, scolarli e saltarli nel burro, l’erba medica e un pò di acqua di cottura. Servire i tortelli sopra ad un mestolo di salsa cremosa alla zucca.

Carrè di maiale arrosto con prugne e mirtilli

Un carrè per 4-6 persone
3 carote
Un sedano 
2 cipolle d’orate
250 gr di prugne secche
Un cestino di mirtilli
Un litro e mezzo di brodo

Rosolare molto bene il carrè precedentemente salato, da entrambi i lati. Tagliare grossolanamente tutte le verdure e riporle in un’ ampia pirofila da forno . Sistemarci sopra il carrè e infornare a 200 gradi. Controllare ogni 20 minuti se le verdure si attaccano e aggiungere il brodo avendo cura di bagnare anche la carne.
Quando sarà cotto, separarlo dalle verdure. Passare le verdure con il sugo avanzato nel colino cinese, si otterrà una pure. Lasciarla riposare in modo che le verdure passate si ssepareranno dal grasso del maiale ed eventualmene toglierlo. Al momento di servire scaldare la salsa con un pò di brodo (quanto basterà per darle la giusta consistenza) e disporla accanto alla braciola.

Coppa di uva al rum, mousse di cachi e ricotta.

Dosi per 4-6 persone a secondo della grandezza del bicchiere
Un grappoli di uva nera
Un bicchierino di rum
4 cachi maturi
250 gr di panna montata non dolce
100 gr di ricotta
Fichi rossi

Tagliare a metà l’uva e togliere i semi. In una padella bassa appassire i chicchi con il rum. La quantità dell’alcool potrà essere a piacere e valutate voi se mettere anche un pò di zucchero a seconda di quanto è dolce l’uva. Pulire i cachi e ridurli a purea fine con il frullatore. Montare la panna con appena un cucchiaio di zucchero a velo vaniglato. Con una frusta a mano unire la purea di cachi.  Prepara la ricotta: montala con un cucchiaino di zucchero e se serve passala al setaccio.
Componi la coppa a strati: l’uva, la mousse di cachi e una cucchiaiata di ricotta. Starà bene anche un fico fresco e potrete accompagnare questo dolce al cucchiaio con biscottini secchi.
In questa ricetta dovrete dosare voi la giusta quantità di zucchero visto che gli ingredienti principali sono già da se dolci.

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Foto: Simona Xella


Dozza, 26 Ottobre 2015

La creazione è un lusso a cui non bisogna rinunciare.

Protagonista di questo articolo sarà la cucina di casa mia dedicata alla XXV Edizione della Biennale di Arte Contemporanea del muro dipinto di Dozza. Nata neglia anni 60, Dozza è diventata nel tempo un piccolo museo a cielo aperto, una vera galleria d’arte moderna e contemporanea, non solo perchè copre un arco di tempo semisecolare ma anche perchè i dipinti sono strettamente e intimamente legati al luogo per il quale furono pensati.
Particolarmente coinvolgente per noi la recente manifestazione in questione visto e considerato che abbiamo messo a disposizione il muro della facciata di casa. Quest’anno si è svolta in un settembre davvero caldo e non avrei mai sperato di riuscire ad organizzare un bel pranzo in giardino.

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Ma andiamo con ordine e prima di iniziare a raccontarvi questa esperienza, prendiamoci un aperitivo.
Vi propongo in questo post un cocktail alcolico aromatizzato con il brodo di giuggiole. Mi è sempre piaciuto chiaccherare al bar davanti ad uno shakerato e trovo che l’aperitivo gustato in questo modo abbia un fascino démodé, quella schiumina in superficie che rilascia una shekerata ben fatta o addirittura una alta schiuma creata dal selz, ritengo sia ormai una roba d’altri tempi. L’idea del brodo di giuggiole nasce da una mia curiosità, dall’espressione “andare in brodo di giuggiole”. Se esiste l’espressione, allora il brodo di giuggiole deve esistere, ecco che ho trovato che il detto è di provenienza toscana ed è già menzionato in un vocabolario del 1612. La ricetta che seguirà è stata leggermente modificata rispetto all’originale che prevedeva il succo delle mele cotogne anzichè il succo di mela non zuccherato che ho usato.

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Non vi parlerò “veramente” di arte perchè l’arte è per me un linguaggio ed è molto difficile utilizzare un certo linguaggio per parlare di un altro linguaggio senza le giuste competenze. Vi racconterò cosa ho visto e fotografato in giro per il borgo perchè di arte contemporanea so ben poco, cercherò di non cadere nella banalità di dire ” quello è bello e quello no”. Non credo sia corretto dire di un opera d’arte che è bella o brutta. Prendiamo per esempio il colore nero, per me è un brutto colore preso da solo, contestualizzato diventa un colore che può piacermi. A mio parere è sempre importante capire che cosa l’artista vuole trasmetterci.
Mi limiterò a dire che l’arte è bellezza grazie alla fantasia dell’artista, che non si limita ad imitare ma grazie alla sua fantasia rappresenta le sensazioni. La bellezza più semplice è quella dei colori ed è la vittoria della luce sull’oscurità. Io adoro i colori, il colore è radiazione, energia, stimolo visivo ed emozionale. Possiamo dire che il colore è l’essenza della nostra esistenza.  I colori che predomineranno in queste fotografie saranno il blu, il rosso e il bianco e sono i colori dell’opera pittorica di Omar Galliani, artista ormai di fama mondiale; il verde della natura farà da sfondo.
Non è stato facile associare i colori del cibo ai colori di questo dipinto. Il cibo ha i colori della natura la quale non ha fantasia perchè non può concepire l’ideale, non riuscirò a trasformarlo nei colori dell’opera ma forse con gli accostamenti giusti riuscirò a creare buone associazioni cromatiche.

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Vi ho preparato per questo virtuale pranzo con l’arte, un soffice spumoncino al parmigiano da servire tiepido e addolcito da cipolle fresche caramellate con un ristretto di aceto balsamico ai fichi, vi propongo a seguire un piatto unico composto da succulenti  spiedini di prugne avvolte nel prosciutto San Daniele e salsiccia con contorno delle semplici patate lessate e mantecate con un buon olio; saranno perfette per amalgamarsi con il buon sughetto rilasciato dalle prugne. Per finire una torta “per grandi” di cui vado fiera, con mirtilli e zabaglione al marsala, porto e amaretto, vi consiglio di servirla ai vostri ospiti anche se l’occasione è particolarmente importante.
Sediamoci a tavola e parliamo ora dell’opera di Omar Galliani dal titolo “Blu oltremare”.

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Quando abbiamo accettato di partecipare  a questa Biennale ci hanno sottoposto il disegno di questo volto realizzato in tecnica carboncino con colori tenui e pastellati, un disegno esistente di Omar Galliani realizzato anni fa. Appena l’ho visto la memoria mi ha portato immediatamente al volto della Madonna con Bambino e Angeli di Filippo Lippi e mi sembrava che il legame con il disegno rinascimentale fosse più che accettabile.

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Successivamente abbiamo saputo che in realtà non avrebbe dipinto il muro Omar Galliani ma la sua allieva Carolina Corno. Sotto l’occhio vigile del maestro, Carolina non ha cambiato il soggetto del disegno a noi sottoposto ma l’ha interpretato con una diversa tecnica: la street art, questa prevede l’utilizzo di mascherine realizzate con carta lucido e bombolette spray. Dopo un pò di scetticismo, devo dire che il risultato non mi è dispiaciuto perchè il volto ha mantenuto la dolcezza  e la serenità dello sguardo volto verso il basso. Potremmo ora considerarla una Madonna dei nostri giorni.
Il volto della giovane donna ha i colori del blu, il blu è il colore della quiete, del cielo e dell’infinito impenetrabile e misterioso. Evoca il bisogno di amore ed affetto, l’archetipo del blu è l’acqua, il mare; forse di qui il titolo al volto della donna “Blu Oltremare”. Qualche tocco di rosso vivo e alcune linee precise disegnano un gatto in posizone sfinge, il rosso è un colore stimolante, rappresenta il dominio e il desiderio. Evoca il bisogno di agire, l’archetipo è il fuoco e l’energia, il rosso porpora è legato alla regalità e all’autorita. La sfinge, tra i tanti significati che nel tempo gli sono stati attribuiti, ha in primis quello di proteggere, essa era considerata il guardiano delle sepolture faraoniche, essa rappresentava anche il faraone ed era considerata il simbolo del sole nascente, simboligicamente è stata considerata anche il garante della rinascita.

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La storia dell’arte genera altra arte, sempre. Per quanto apparentemente tutto si allontani dall’origine, questa ritorna sempre sotto forme e linguaggi differenti ripetendosi, è così per la musica, la pittura, la letteratura, la moda, il cinema e mi sia concesso di dire anche in cucina. A mio parere l’arte ha uno  scopo ben preciso, quello di mostrarsi, l’opera è insostituibile perché senza non potremmo più stupirci di nulla in quanto il mondo ci è già visibilmente noto, ma ancor più credo sia importante trovare il tempo per poterci permettere quel grande lusso che è “creare”, basta capire cosa è a noi più congeniale.

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Potremmo semplicemente creare una bella tavola, anche solo per un giorno, abbandonarci alla bellezza e all’eleganza di una rosa rosso porpora sistemata tra gli arbusti presi dal giardino. Possiamo decorare una torta come se fosse un giardino e gettare petali rossi dove più ci aggrada per sentirci regali per un pò,  proprio come il rosso porpora impone!

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Non preoccupiamoci se stiamo facendo una cosa bella o brutta, se piacerà o no e a chi, facciamola e basta senza guardare gli altri. Ognuno di noi ha una peculiarità che deve sviluppare e condividere: in un giardino una rosa non copete con quella accanto, semplicemente sboccia. La condivisione di qualcosa di bello è una responsabilità, per esempio, i muri delle case di Dozza messi a disposizioni in occasione della Biennale, sono spazi per connettere i creativi locali tra loro e direttamente con il pubblico, sono spazi privati che diventano per tutti. Condividere.

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Preciso che le osservazioni relative all’opera di Omar Galliani sono frutto di un mio pensiero, in nessuna dichiarazione l’artista ha paragonato questo volto alla Madonna di Filippo Lippi, idem per quanto riguarda le considerazioni sui colori e la simbologia della sfinge. L’analisi è il frutto di ciò che io percepisco guardando il murales a testa in su. ” Blu oltremare” mi ha ispirato questo post.

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Cocktail dèmodè al brodo di giuggiole

Dose per una coppa
1/3 Martini Rosso
1/3 Votka
1/3 Soda
3 cucchiaini di brodo di giuggiole
Il succo di uno spicchio di limone
Scorza d’arancio
Per il brodo di giuggiole
500 gr di giuggiole snocciolate
500 gr di zucchero
2 bicchieri di vino rosso
2 bicchieri di succo di mela
Un grappolo di uva di piccole dimensioni
Scorza d’arancia

In uno shaker pieno di ghiaccio aggiungere i due liquori, i brodo di giuggiole e il succo di limone. Shakerare con forza e versare in una coppa il liquido separato dal ghiaccio. Aggiungere la soda e stringere la scorza dell’arancio sul cocktail.
Per il brodo di giuggiole, la quantità sopra indicata ti permetterà di ottenere 3 bottigliette da succo di frutta da 200 cl.
Snocciolare le giuggiole con l’apposito attrezzo, riporle in una pentola con il bordo alto e ricoprirle con acqua. Aggiungere il vino, il succo di mela, lo zucchero e l’uva. Fare bollire tutto fino a quando le giuggiole saranno molli, occorrerà almeno un ora di cottura su fiamma media. Aggiungere la scorza dell’arancio e lasciare raffreddare. Filtrare tutto il composto con un colino cinese e successivamente ripassare il liquido con un colino a maglie strette.
Otterete uno sciroppo dolciastro che potrete utilizzare anche in altre occasioni: per aromatizzare il the, per fare bibite con l’aggiunta di acqua, per realizzare gelatine per dolci e per condire macedonie con frutta invernale.

Spumoncini al parmigiano con cipolle caramellate e aceto ai fichi.

Per sei porzioni monodose
100 gr di Formaggio Parmigiano

100 gr di ricotta
3 uova
1/2 lt di panna liquida
Per le cipolle caramellate
Un mazzo di cipolle rosse fresche di media grandezza
Zucchero in peso uguale al peso delle cipolle

Montare tutti gli ingredienti per lo spumoncino insieme; prima le uova, la ricotta e il parmigiano, per ultimo la panna.  Devi ottenere un composto spumoso, riporre l’impasto ottenuto nei contenitore monodose cuocere nel forno a bagnomaria a 160 gradi per circa 30 minuti.
Caramella le cipolle. Taglia le cipolle fresche a fettine sottili, riponile in una casseruola larga e bassa con lo zucchero. Fai cuocer fino a che le cipolle non diventeranno fili trasparenti e collosi.
Esiste in commercio un aceto balsamico ai fichi ma potrai farlo tu semplicemente ristringendo circa 250 ml di aceto balsamico con circa 4 fichi aperti. Filtra con un setaccio a maglia fine.

Spiedini  di prugne e salsiccia con patate mantecate e carote viola.

Per sei persone
12 prugne
18 pezzetti di salsiccia lunghi circa 3 cm
2 hg di prosciutto dolce
300 gr di patate
4-5 carote viola

Lessare bene le patate e pestarle una volta fredde con una forchetta, condire a piacere con sale e fondamentale un buon olio d’oliva.
Tagliare a metà le prugne e snocciolarle ( se sono grandi ridurle a quartini ). Avvolgere la fetta di prosciutto intorno alla prugna con più giri. Montare lo spiedino alternano i pezzi della salsiccia con le prugne, consiglio di forare la pelle della salsiccia con la forchetta.
Cuocerli su una piastra, andrà bene anche il forno.
Servire gli spiedini sopra la patata mantecata e accompagnare con le carote viola già condite tagliate con la mandolina.

Torta ai mirtilli e allo zabaglione di porto, marsala e amaretto.

Per lo zabaglione
6 tuorli

120 gr di zucchero
50 gr di Porto rosso
50 gr di Marsala secco
50 gr di Liquore all’amaretto
Per la torta
150 gr di farina
100 gr di zucchero
100 gr di burro
2 uova
Un cucchiaio raso di lievito per dolci
2 cucchiai di latte
Un cucchiaio di acqua di rosa
3 vaschette di mirtilli
Una vaschetta di lamponi
250 ml di panna liquida

Montare a bagnomaria i tuorli con lo zucchero fino a raggiungere una temperatura di 37 gradi, aggiungere i liquori e il vino continuando a lavorare il composto a bagnomaria fino a raggiungere i 70 gradi. Otterete una crema spumosa e mediamente densa. Mettere da parte e procedere alla lavorazione per fare la torta.
Montare a spuma le uova con lo zucchero aggiungere la farina, il latte e l’acqua di rosa, successivamente incorporare il burro, sciolto e non caldo, lentamente, con le fruste in azione. In ultimo aggiungere il lievito. Versare il composto in una tortiera (diametro 28 cm) coprire in modo uniforme la superficie con i mirtilli. Cuocere a 180 gradi per circa 20-25 minuti.
Lasciare raffreddare bene sia la torta che lo zabaglione.
Tagliare trasversalmente la torta tenendo la parte bassa più alta. Rimuovere dalla parte centrale di questa metà un pò di pasta in modo da formare un contenitore con un mezzo cm di bordo. Riempire questa parte con lo zabaglione e richiudere la torta. Con l’aiuto di una spatola livellare il bordo esterno con altra crema. Ve ne rimarrà un pò che potrete utilizzare per servirlo sulla fetta di torta o eventualmente a parte.
Ricoprire l’intera superficie della torta con la panna montata, ne basterà uno strato leggero giusto per fissare alla torta la cascata di mirtilli freschi e lamponi.

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Foto: Simona Xella


Dozza, 07 Ottobre 2015